Michele Alboreto

Alboreto, 20 di passione. È passato un ventennio dalla vittoria del pilota milanese a Le Mans

di Cristiano Chiavegato
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MILANO - Sono passati ormai 20 anni dalla vittoria di Michele Alboreto a Le Mans. Un successo fortemente voluto dal pilota milanese che in quel weekend del 14/15 giugno 1997, a 40 anni compiuti, si sentiva come un ragazzino pronto a sfidare tutti. Aveva perso l’edizione precedente della gara disputata con Pier Luigi Martini e lo specialista belga Didier Theys. Dopo aver conquistato la pole position con il pilota romagnolo al volante, la loro TWR Porsche WSC-95 fu costretta al ritiro a una cinquantina di giri dal termine, per problemi elettrici. E il successo andò alla vettura gemella con l’equipaggio formato da Reuter, Jones e Wurtz. Proprio in quegli anni la Casa tedesca aveva deciso di rilanciare la 911 GT1.

E per il 1997 la Porsche tolse una delle pericolose barchette a Joest esponendola nel suo Museo di Stoccarda con l’intento anche di escluderla dalla competizione per spianare la strada alla più moderna vettura, all’attacco in forma ufficiale e affidata anche a un nugolo di team privati. Alboreto rimase, dunque, al volante dell’unico prototipo Twr by Joest iscritto, la barchetta derivata dalla Jaguar e in precedenza gestita anche dalla Mazda con pochissime certezze. A pochi giorni dalla corsa non era neppure a conoscenza della formazione destinata ad accompagnarlo. Ma fu una sorpresa piacevole e positiva. Al suo fianco, quasi a ricordare per un’ultima volta i giorni più belli, venne chiamato l’altro veterano Stefan Johansson, coetaneo e soprattutto compagno di squadra in Ferrari nell’intenso biennio 1985-1986 in F1. 

Il terzo posto disponibile, misteriosamente libero fino alle ultimissime ore delle verifiche, nel vecchio centro di Le Mans, rimane contrassegnato da una X sino a che in extremis si scoprì il nome del pilota designato: il quasi sconosciuto danese Tom Kristensen, all’epoca pilota del team AutoSport Racing in F.3000 Internazionale. Kristensen diverrà negli anni successivi il più titolato pilota dell’endurance, imponendosi nove volte nella 24 Ore, conquistando nella stessa gara anche altre sei volte il podio.

In quel momento il danese poteva sembrare l’elemento più debole dell’equipaggio. Ma non fu così anche per merito di Michele. A sottolineare l’opera del pilota italiano è stato Reinhold Joest, il più glorioso, blasonato e autorevole team boss nell’era moderna dell’Endurance, non solo capo della sua squadra ma successivo punto di forza della saga Audi alla Sarthe: «Michele fu fantastico con Tom. Invece di trattarlo con distacco e superiorità si atteggiò subito a compagno di squadra caldo, aperto e generoso, non lesinando consigli e aiuto nella delicatissima fase di acclimatamento. Anche perché lui a Le Mans aveva corso già quattro volte, tre delle quali con la Lancia, sia in Gruppo 5 che in Gruppo 6 e in Gruppo C. Ebbene, grazie ad Alboreto il nostro team iniziò la sfida in uno stupendo clima di motivatissima collaborazione.

In quei giorni capii fino in fondo quanto poteva essere grande la classe del campione e dell’uomo Michele Alboreto sul piano del pilotaggio e su quello umano. Se qualcuno mi chiede quanto io l’abbia apprezzato, posso rispondere con i fatti: la sua foto campeggia tuttora in ufficio, dietro la mia scrivania. Perché sono orgoglioso di confessare che ho il privilegio di vederne l’immagine di un uomo e un pilota unico e di ricordarne la storia ogni mattina, tutti i giorni della mia vita».

Quella gara, quella vittoria insperata sono state raccontate da Ermanno, il fratello di Michele: «Se ne stava tranquillo seduto dietro la sua scrivania, stanco però di essere inattivo e di ingrassare, quanto Joest lo chiamò ancora, dopo la prima esperienza negativa, proponendogli di disputare la 24 Ore con una macchina che aveva comunque la prospettiva di ottenere un buon risultato.

Una piccola scuderia che cercava di sfidare colossi come Porsche, Nissan e McLaren. Michele era eccitato, pronto a dare battaglia, tanto che riuscì a ottenere la pole position. Ma si trattava di una competizione durissima, con turni di guida massacranti. Lui lo fece per 10 ore e mezza, cambiava ogni tre soste, per risparmiare 10 secondi a ogni fermata. Mentre le Porsche ufficiali si permettevano di fare 5 rifornimenti in meno guadagnando 8 minuti di vantaggio. Ma la velocità, la determinazione e la costanza dei piloti della Joest ebbe la meglio. Per Michele quella vittoria divenne la più grande soddisfazione in assoluto della carriera, una specie di Oscar in questa categoria». Sotto certi aspetti quell’affermazione ebbe due risvolti, uno positivo e uno fatale. Michele diventò un punto di riferimento per le gare di durata.

La sua esperienza insieme al coraggio e alla completa dedizione lo resero indispensabile sia nelle corse che nel collaudo e nei test delle vetture. Alboreto corse, vinse e si piazzò nei vari campionati: Imsa e Alms, guidando insieme a Dindo Capello, Laurent Aiello, Alan McNish e Christian Abt. Ancora con Joest che era diventato responsabile del programma Audi. E fu proprio con la speranza di vincere ancora a Le Mans che la passione tradì il pilota italiano. Il 25 aprile 2001 morì in un incidente al Lausitzring, mentre effettuava i collaudi delle nuove Audi R8 Sport in preparazione della 24 Ore di Le Mans. Alboreto era alla guida lungo un rettilineo, quando la sua auto uscì dal tracciato, colpì una recinzione sulla destra e si capovolse dopo un volo di un centinaio di metri. Se non fosse stato un giorno maledetto, probabilmente lo avremmo visto ancora al volante, magari proprio a Le Mans quest’anno, a guidare una vettura GT, sempre spinto dalla passione.
 


 

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Domenica 18 Giugno 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:26 | © RIPRODUZIONE RISERVATA
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