Nalli (Suzuki): «Green Deal europeo ideologico e irrealizzabile. La svolta sulla riduzione delle emissioni con la guida autonoma»

Suzuki GSX-S1000 Evo, la street fighter di Hamamatsu è come avere una belva al guinzaglio

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TRENTO – Il miglioramento della qualità dell'aria si raggiunge con la guida autonoma più che con le auto elettriche. Parola di Massimo Nalli, presidente e amministartore delegato di Suzuki Italia, che a Trento, in occasione del Festival dello Sport, si era già dimostrato scettico nei confronti degli eco incentivi, battezzatti come «assurdi» perchè spingono le vendita di auto costose a automobilisti che (almeno in teoria) non hanno i soldi per pagarle. «Il mercato non vuole il cento per cento elettrico – riflette Nalli – Per questo accolgo con favore la rivistazione del piano (sul bando del 2035 per la vendita di auto a combustione in Europa, ndr), ma non degli obiettivi. L'elettrico resta il futuro, ma non può essere la sola tecnologia».
E come si abbattono le emissioni?
«Con la guida autonoma: sarà la vera svolta».
Si spieghi meglio.
«Se diventasse lo standard, quando i veicoli comunicheranno tra di loro avremo una condizione, almeno virtuale, di “zero incidenti” e pertanto potremmo produrre macchine leggerissime rinunciando all'acciaio per favorire la plastica. È evidente che consumerebbero molto meno, riducendo anche le emissioni».
Ci vorranno anni.
«La tecnologia esiste, c'è già. Sono altri a non essere pronti: i governi, che devono varare le leggi, e le strade, con le quali i veicoli si devono interfacciare. E nemmeno le assicurazioni».
Gli obiettivi del “Green deal” restano validi, giusto?
«È una bella storia, ma è politica. A metà dello scorso decennio la Germania era parecchio sbilanciata sull'ambiente e le case inibite dal dieselgate: una miscela esplosiva che ha permesso che il piano passasse senza un vero contradditorio. Il provvedimento sul bando della vendita di auto e veicoli commerciali con motori a combustione è stato approvato in maniera ideologica e irrealizzabile. Siamo onesti: così come è stato concepito, questo Green Deal non è mai stato e non è attuabile».
Quindi, cosa succederà?
«Con il 2035 avremo sì e no il venti, forse il trenta per cento del parco circolante a zero emissioni in Europa. Anni fa venivano presentati grafici bellissimi in cui si prospettavano elettriche economicissime e termiche costosissime, ma attualmente sono tutte costosissime».
E in Italia?
«Non arriviamo al sei per cento, anche se con la consapevolezza aumenterà la penetrazione. Io credo che il cento per cento elettrico non arriverà mai. E se dovesse arrivare, io sarò un felice osservatore esterno».
Alternative?
«Non esiste una sola tecnologia vincente. I combustibili sintetici sono una opzione e sono davvero a emissioni zero di CO2, ma deve crescere la produzione e calare il costo. Ci sono anche biocarburanti e idrogeno».
Ecco, l'idrogeno: come la vede?
«Lo stiamo studiando, anche in “squadra”: ci siamo presentati alla Dakar con Yamaha e Kawasaki con una sorta di quad molto sportivo con Toyota come “osservatrice”. Siamo tutti interessati alle soluzioni sui motori di piccola cilindrata, sia a celle a combustibile sia con l'idrogeno come combustibile. Sono tecnologie promettenti, ma l'opzione migliore sarebbe l'elettrolisi in auto. Personalmente sono scettico: se le case ci lavorano da decenni senza trovare una soluzione vuol dire che o è troppo costoso o è troppo complicato».
La nuova stretta della Cina sull'export di terre rare?
«Se tutte le risorse sono concentrate nelle mani di pochi o di uno soltanto c'è preoccupazione, è ovvio. Era stato così per il petrolio, che poi si è trovato anche in aree diverse. Per il momento le terre rare controllate quasi solo dalla Cina preoccupano, ma io sono quasi certo che verrano scoperte anche altrove».
I costruttori cinesi stanno crescendo vistosamente: timori?
«Sono rivali come gli altri. Non illudiamoci di tenerli fuori con i dazi perché il mercato ha sempre premiato il migliore e non sono mai serviti per rendere competititvi chi non offre soluzioni valide».
In Italia sono già all'8%.
«Chi arriva sul mercato fa una promessa, più o meno esplicita: le case non cinesi non l'hanno ancora fatta. Io la sto ancora aspettando».
Gli italiani magari sono stufi di promesse...
«Crescere da zero a dieci è diverso che passare dal dieci al venti. In questo momento, e non solo in Italia, lievitano anche del mille per cento, ma il difficile arriva dopo, quando devi andre oltre il dieci e, soprattutto, mantenere i clienti che hai acquisito. Come Suzuki, ad esempio, solo in Italia ne abbiamo 400mila».
Il declino automobilistico industriale nazionale?
«L'Italia ha un grande problema: i costi di produzione. Lo hanno detto tutti: Marchionne, Tavares e adesso anche Antonio Filosa (il nuovo Ceo del gruppo Stellantis, ndr). Sono quelli che rendono più competitivi i nostri vicini di casa. I salari sono solo una delle variabili: tra gli altri ci sono l'energia, che per Tavares era una ossessione, e la produttività. Non dico mica che in Italia non si lavora, ma solo che per un'impresa è più conveniente pagare centocinquanta uno che produce duecento anziché pagare cento uno produce cento».




