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Confindustria Nautica pronta a scendere in campo a Napoli. Pronto un piano in 4 punti. Posti barca prima emergenza

di Sergio Troise
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Le celebrazioni per i 2.500 anni di Partenope, il susseguirsi di eventi in piazza e in dimore antiche, il boom del turismo con l’invasione del centro storico riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’umanità, gli spettacoli al Plebiscito, l’assegnazione delle regate dell’America’s Cup, le insistenti voci sull’assegnazione di un Gran Premio di Formula E (forse addirittura di Formula 1)… L’anno magico di Napoli volge al termine in un turbinio di emozioni che rischia di far passare in secondo piano problemi ancora irrisolti. Ma non più rinviabili.

Uno di questi è quello del deficit di portualità turistica. Una questione aperta e irrisolta da anni, che rischia di diventare gravissima nel 2026 e nel 2027, mettendo a rischio le aziende che operano nella nautica da diporto, e non solo. Se la questione non verrà affrontata e risolta in tempi brevi ne pagheranno le conseguenze non solo cantieri produttori e rivenditori, ma anche i diportisti locali. E, tra le conseguenze più allarmanti, si registrerà l’inevitabile blocco dell’afflusso di turisti provenienti via mare, a bordo di imbarcazioni “costrette” a scegliere altre mete, e a rinunciare persino a un appuntamento attrattivo come le regate dell’America’s Cup.

La questione preoccupa non poco anche i vertici di Confindustria Nautica (che dell’America’s Cup a Napoli è partner) e del caso si è parlato di recente anche a Roma, tra le quinte dell’assemblea di fine anno dell’associazione confindustriale che rappresenta l’intera filiera della nautica da diporto. A mitigare le preoccupazioni un particolare importante: tra i vicepresidenti della rappresentanza confindustriale c’è anche un napoletano, ovvero Marco Monsurrò, titolare del colosso Coelmo (fornitore di gruppi elettrogeni per la nautica made in Acerra, 7 km da Napoli), dal quale abbiamo appreso che “sono in fase di avviamento nuove iniziative e si spera di approdare presto a soluzioni soddisfacenti per tutti”.

Vedremo quali saranno gli sviluppi. La speranza, nell’ambiente nautico locale, è che la discesa in campo di Confindustria riesca a produrre più risultati di quanto sia riuscita ad assicurarsi finora l’AFINA (Associazione Filiera Italiana della Nautica), organismo esterno alla compagine confindustriale nata nel 2019 sulle ceneri della ANRC (Associazione Nautica Regionale Campana) che assiduamente si è esposta proponendo soluzioni per la portualità turistica, ma finora ha ottenuto solo promesse e mai il via libera ad un solo progetto concreto.

Non ha funzionato, infatti, la partnership tra AFINA e Unione Industriali di Napoli, che a fine gennaio del 2024 avevano presentato in pompa magna un patto di collaborazione miseramente naufragato, con tanti saluti a quella che venne presentata pubblicamente come “una strategia paritaria volta a promuovere e sostenere la filiera nautica nel territorio napoletano, generando indotto turistico e affrontando anche criticità come la carenza di posti barca”.

Disdetto il patto con AFINA, l’Unione Industriali di Napoli si è ora accordata con i suoi interlocutori naturali, ovvero con Confindustria nautica, e si prepara a varare un piano tutto nuovo, che dovrebbe essere annunciato all’inizio di gennaio 2026. Secondo attendibili indiscrezioni, già una ventina di aziende locali avrebbero aderito alla nuova partnership con l’Unione Industriali di Napoli e nei piani in via di definizione ci sarebbe un programma in 4 punti. Al primo posto la creazione di un tavolo strategico permanente su cantieristica e portualità turistica; al secondo la creazione di uno sportello destinato alle aziende per l’assistenza su temi legati a normative, certificazioni, autorizzazioni; al terzo il rilancio di eventi di settore; al quarto il sostegno ad attività didattiche mirate alla formazione tecnica e professionale.

Inutile dire che la questione più urgente è la prima, ovvero quella dedicata alla portualità turistica. Tema allarmante, in quanto dal 2026 non sarà più possibile ottenere proroghe sulle concessioni demaniali. Al momento non c’è un piano alternativo e la tensione, tra gli operatori del settore e tra gli stessi diportisti, è in crescendo. La questione si profila gravissima proprio in vista della Coppa America, ma si ripropone puntualmente da molti anni, da quando venne varato il piano della portualità turistica dall’allora assessore regionale Ennio Cascetta (un’autorità del settore) grazie al quale vennero affrontati e risolti molti problemi lungo i litorali campani e nelle isole del golfo, ma non a Napoli città.

Quel piano – vale la pena ricordarlo – è stato aggiornato da uno studio recente, datato ottobre 2025, in base al quale vengono definite le linee programmatiche per lo sviluppo integrato della portualità turistica in Campania, ovvero in una regione che lungo i suoi 500 chilometri di costa dispone di 49 porti regionali e 10 porti gestiti dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale. I posti barca complessivi sono circa 21mila, di cui 18mila in porti e approdi, il resto in ormeggi stagionali alla boa. La domanda potenziale stimata è però tripla rispetto all’offerta e il deficit riguarda anche la qualità dei servizi. Servono dunque nuovi investimenti e nuovi approdi.

E servono soprattutto a Napoli, città costretta a lasciare in rada, o dirottare nella vicina Castellammare di Stabia, tutti i super yacht che ogni anno invadono il golfo partenopeo. Turismo di lusso a parte, la città è inoltre costretta ad ospitare alla boa o lungo precari pontili galleggianti i natanti di qualche migliaio di diportisti locali costretti ad arrangiarsi nell’area di mare di Bagnoli, tra l’isolotto di Nisida e Coroglio, di fronte ai ruderi (oggi in demolizione) dell’ex Italsider. Tutto ciò affidandosi ad ormeggiatori titolari di concessioni temporanee, rilasciate per il periodo tra maggio e settembre, troppo spesso “integrati” da abusivi che allestiscono campi boe non autorizzati (e puntualmente sequestrati da Capitaneria e Guardia di Finanza).

Da tempo sono state presentate due proposte di project financing dai concessionari uscenti, sia per l’area di Bagnoli, sia per Mergellina (dove si vorrebbe mettere mano a un ampliamento di quello che viene ancora classificato come antico porto di pescatori), ma sono necessari ancora passaggi burocratici imposti dalla legge e serve una pianificazione condivisa con l’amministrazione comunale e la Soprintendenza. La legge prevede che vadano portate a gara le attuali concessioni in scadenza e, soprattutto, è necessario il riconoscimento di pubblico interesse delle iniziative private. Tutti passaggi essenziali per avviare qualsiasi procedura.

Ma intanto il tempo stringe. In vista dell’America’s Cup sono già partiti, a Bagnoli, i lavori di allestimento dell’area di mare di fronte all’ex Italsider e, di conseguenza, grava l’incubo dello sfratto sui titolari delle concessioni demaniali temporanee e sui proprietari di barche ormeggiate ogni estate in quell’area di mare. Che fare?

In linea del tutto teorica dovrebbe fare chiarezza, a livello comunale, il Puad (Piano Urbanistico delle Aree Demaniali) che non include le aree gestite dall’Autorità Portuale, ma al momento nulla si sa dei progetti presentati dai privati (quanti posti barca, quali strutture, quali servizi?), di come si svilupperà il partenariato tra pubblico e privato e dei tempi necessari per mettere mano all’area Ovest del litorale partenopeo.

Di conseguenza cresce la tensione. E non solo a Napoli città. Nella vicina Pozzuoli, ad esempio, la sede locale della Lega Navale teme il mancato rinnovo della concessione. D’altra parte è noto che le ultime proroghe scadranno per legge il 31 dicembre e dal 2026 tutto dovrà passare per gare pubbliche, come richiesto dall’UE e ribadito più volte dal Consiglio di Stato.

Il principio vale anche per circoli sportivi e associazioni dilettantistiche, se utilizzano le banchine per attività non legate agli scopi sociali. La platea dei soggetti coinvolti è ampia e in molti casi impreparata ad affrontare una situazione protrattasi per oltre trent’anni, di proroga in proroga. Molti non hanno mai partecipato a una gara, provocando le contestazioni di Bruxelles fin dai tempi della direttiva Bolkestein. Più volte sono state avviate procedure d’infrazione, rientrate solo dopo le rassicurazioni dell’Italia alle autorità comunitarie.

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martedì 16 dicembre 2025 - Ultimo aggiornamento: 10:23 | © RIPRODUZIONE RISERVATA